Visita: http://www.mtv.it/toccanoi/vota.asp
PARTICIPATORY DEMOCRACY vs REPRESENTATIVE DEMOCRACY
Over the decades, our representative democracy has been systematically undermined and has ultimately failed in preserving the well being of the people of this nation. The system that the founding fathers painstakingly devised in order to best serve the interests and the will of the people has been corrupted and the systems of checks and balances on power that they instituted have been stripped away. Most of us accept this reality as being beyond our control and continue to observe, comment, and complain without aspiring to achieving any real change, without any hope of instituting a new system of governance that would instead take directly into account your views, and the views of your neighbors, and would empower you to make real positive change possible in your communities.
This site will attempt to explore in depth the places in the world where people are successfully bringing about that type of change in the face of similar odds, where an alternate form of democracy, which is called participatory or direct democracy, is taking root. Initiative, referendum & recall, community councils, and grassroots organizing are but a few ways in which direct/participatory democracy is achieving great success around the world.
Our system of representative democracy does not admit the voice of the people into congressional halls, the high courts, or the oval office where our rights and our liberties are being sold out from underneath us. Our local leaders and activists in our communities, and even those local elected officials who may have the best of intentions are for the most part powerless to make real positive change happen in our neighborhoods, towns and villages when there is so much corruption from above.
In places like Venezuela, Argentina, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Brazil, South Africa, India, and the Phillipines, new experiments in grass roots community based governance are taking place. There is much to be learned from these and other examples of participatory democracy from around the world when we try to examine how this grass-roots based governance could begin to take root here in our own country in order to alter our political system so that it might better serve the American people.
In the hope that one day we can become a nation working together as a united people practicing true democracy as true equals, we open this forum…
Thursday, December 4, 2008
ITALIA: Video - La Democrazia Diretta
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Thursday, November 13, 2008
ITALIA: No Dal Molin - Vicenza
NO DAL MOLIN ALLE COOP: NON COSTRUITE UNA BASE DA GUERRA
lunedì 27 Ottobre 2008 (01h03) :
Fonte: http://bellaciao.org/it/spip.php?article21631
La Coperativa Costruttori Cementisti e quella dei Muratori Cementisti hanno vinto l’appalto per costruire la base: 150 vicentini in delegazione alla Conferenza nazionale delle Coop per dire ai soci: state con noi. Il testo dell’appello in allegato all’articolo
Di Mariano Trevisan, Prc di Vicenza e movimento no dal Molin Dopo il successo della consultazione popolare, dove in una sola giornata ben 24.000 cittadini di Vicenza si sono espressi contro la costruzione della nuova base USA al Dal Molin, il movimento si rimette in marcia con tutta la forza che lo ha contraddistinto per più di due anni. Una serie di iniziative pressoché giornaliere che dureranno un mese e che avranno il loro apice con la programmazione di uno sciopero generale della città di Vicenza.
Come prima iniziativa il popolo delle “pignatte” oggi 25 ottobre è andato a fare “visita” alla Conferenza Nazionale delle Coop. tenutasi nella città di Parma, dove centinaia di soci coop provenienti da tutta Italia erano presenti. Tema del convegno “Rapporto fra struttura, etica e dimensione”, perché da tempo queste organizzazioni sono diventate sempre più industrie e sempre meno cooperative.
Molti si chiederanno quali sono le motivazioni che ci hanno spinti ad andare a questo congresso, lo scopo è presto detto: la Coperativa C.C.C. (Coperativa costruttori cementisti) e la C.M.C. (Coperativa muratori cementisti) sono le due ditte che hanno vinto l’appalto per costruire la nuova Base a Vicenza. Allora quale motivo migliore se non andare a Parma per cercare di toccare le corde sensibili dei soci Coop? Questi soci dovrebbero essere la parte più attenta alle tematiche di guerra e alle basi militari straniere.
Alle sei del mattino, una delegazione di 150 persone in rappresentanza dei 24.000 vicentini contrari alla base, con 3 pullman si sono recati al convegno suddetto, con bandiere, striscioni, volantini e video sull’area del Dal Molin. Abbiamo parlato con moltissimi soci Coop. che si sono mostrati attenti alle nostre proposte e moralmente scossi di come anche le Coop. quando si tratta di fare denari mettano in un angolo l’etica e i suoi sani principi.
Siamo riusciti a concordare che tutti i 150 componenti del No Dal Molin entrassero al convegno e che uno di noi leggesse un comunicato affinché i tanti soci facciano pressione sulla C.C.C e sulla C.M.C. Lo stesso comunicato lo abbiamo inoltrato al gruppo Consigliare Regionale del PRC dell’Emilia Romagna dove il nostro partito è in maggioranza affinché sia messo ai voti e, se approvato anche il Consiglio Regionale dichiari la propria contrarietà a questo appalto e alla costruzione della nuova base USA al Dal Molin.
Ai falsi profeti che vanno dicendo che la nostra è una battaglia fatta contro i mulini a vento voglio solamente ricordare che: i lavori della Base dovevano partire secondo il Commissario Governativo Paolo Costa nel settembre 2006, ad ottobre 2008 la Ederle 2 non è ancora partita e vi posso garantire che non molleremo un millimetro, a furia di paletti, manifestazioni, ricorsi, blocchi stradali e consultazioni, siamo riusciti, noi, piccola armata brancaleone ad ostacolare i progetti della più grande nazione del mondo; gli Stati Uniti d’America.
Vicenza, 25 Ottobre 2008
Di : Vicenza
lunedì 27 Ottobre 2008
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Sunday, November 9, 2008
ITALIA: Democrazia Diretta en Bolzano - Livro di Thomas Benedikter
Questa sera, alle ore 21, nella sala riunioni dell'associazione Per il Bene Comune, in piazzale Stazione 15, verrà presentato il libro “Democrazia diretta: più potere ai cittadini”, di Thomas Benedikter. Con l'autore parteciperanno Cinzia Bottene del comitato vicentino No Dal Molin; Giuseppe Carpentieri di Cittadinanza Attiva, Andrea Palamara di Per il Bene Comune.
“Durante la serata – spiega Monia Benini, presidente di Per il Bene Comune - tutti gli interventi saranno trasmessi in diretta via internet sul canale www.mogulus.com/perilbenecomune e i cittadini presenti in sala o collegati avranno la possibilità, anche attraverso la valutazione di esperienze internazionali, di discutere e confrontarsi sulla via d'uscita dalla limitazione della democrazia diretta e della partecipazione popolare a cui ci hanno portato gli attuali partiti italiani”.
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Wednesday, October 15, 2008
ITALIA: Il modello Svizzera per l'Europa
Il modello Svizzera per l'Europa
di Lino Terlizzi
Il «no» al Trattato europeo nel referendum irlandese del giugno scorso ha riaperto il dibattito sulle istituzioni dell'Unione Europea. Molti ora guardano alle misure della Ue per il rilancio del processo unitario. È possibile che i Paesi che costituiscono il nucleo centrale della Ue riescano in qualche modo a riattivare il processo di approvazione del Trattato, che rimane comunque complicato. Una reazione della Ue è in effetti opportuna. Ma sarebbe un errore non procedere contemporaneamente a una riflessione più profonda e di prospettiva, dopo i «no» degli elettori olandesi e francesi negli anni scorsi al progetto di Costituzione e dopo questo più recente «no» irlandese.
Volendo andare direttamente al punto centrale, si dovrebbe dire che hanno ragione quei commentatori, tra cui Norbert Walter, capo dell'Ufficio studi della Deutsche Bank, che consigliano di elvetizzare in una certa misura l'Unione Europea. Il riferimento alla Svizzera non è infondato e solo una storica insufficienza dei maggiori Paesi europei sul federalismo, favorita peraltro da un'altrettanto storica ritrosia elvetica, ha permesso sin qui l'assenza di un confronto concreto. È vero che la Svizzera non fa parte della Ue, ma la riflessione avviene sulle esperienze e non necessariamente sulle appartenenze. E poi la Confederazione elvetica ha rilevanti accordi bilaterali con la stessa Ue, a cui è vicina per geografia, economia, lingue.
In un'Unione Europea ormai a 27 i meccanismi decisionali di fondo dovranno cambiare, su questo molti sono d'accordo. Le difficoltà subentrano però quando si deve indicare una direzione di marcia. Considerando l'articolazione della realtà europea, appare ora ragionevole pensare a uno sviluppo federalista e non a ulteriori forme di accentramento. L'esperienza svizzera è rilevante per alcuni aspetti e uno emerge proprio sull'onda dei «no» nei referendum Ue: il binomio federalismo-democrazia diretta.
Per lasciarsi alle spalle sia il centralismo esasperato sia il localismo eccessivo, l'Unione Europea dovrebbe in effetti da un lato trovare forme decisionali al di fuori di un'unanimità ormai impossibile (come si fa a essere sempre d'accordo su tutto, quando si è in 27?) e su questo c'è un certo accordo almeno in teoria. Dall'altro, dovrebbe andare verso una ridefinizione dei poteri tra Ue e Stati aderenti, affiancata però dalla possibilità di indire referendum, anche come forma di bilanciamento a favore di realtà nazionali che potrebbero "subire" decisioni prese a maggioranza, seppure qualificata.
Detto questo, bisogna però precisare bene. Proprio l'esperienza elvetica, costruita in più di 700 anni, insegna che si può votare su tutto, ma seguendo una geografia precisa dei poteri decisionali. In Svizzera, nel concreto, un solo Cantone non può bloccare la Confederazione su una questione d'interesse nazionale o internazionale. Esistono referendum locali su questioni locali, referendum nazionali su questioni nazionali. Su alcuni capitoli di particolare rilievo, in Svizzera c'è la doppia maggioranza - dei votanti e dei Cantoni - che però è altra cosa, non è una sorta di diritto di veto locale come quello sin qui di fatto accordato a singoli Paesi della Ue.
I Paesi della Ue sono 27, i Cantoni della Confederazione sono 26. Se si paragonasse l'Irlanda a un Cantone elvetico, ebbene gli elettori irlandesi non avrebbero potuto fermare il Trattato europeo. Avrebbero avuto l'ultima parola su una questione riguardante solo l'Irlanda, questo sì, ma non su una questione di tutta la Ue. Se un capitolo riguarda l'intera Unione, allora dovrebbero essere tutti gli elettori della Ue a votare unitariamente, con maggioranza e minoranza a livello di Unione stessa. In caso di questioni molto rilevanti, come avviene in Svizzera, si potrebbe semmai definire per i referendum europei una doppia maggioranza, di elettori e di Stati. Garanzie per gli Stati non grandi e per le minoranze, non diritti di blocco a singoli Stati.
Certo, il binomio federalismo-democrazia diretta può far sorridere, può apparire utopico se rapportato alle dimensioni geografiche limitate della Svizzera e alle grandi difficoltà attuali della Ue. Anche la Ue stessa e l'euro erano però per molti utopie, all'inizio del cammino. Occorre trovare un percorso equilibrato, per uscire dalle secche in un quadro di decisioni democratiche. Non sembrano esservi molte alternative valide.
La Ue rispetto alla Svizzera ha una differenza e un tratto comune. La differenza è che la Ue è nata da alleanze economiche che si sono poi affacciate alla politica, mentre la Svizzera è nata da un'alleanza politica contro ingerenze esterne che si è poi tradotta anche in forza economica. Il tratto comune è il carattere costruttivo del federalismo, già realizzato in Svizzera e realizzabile da una Ue che decidesse di cambiare strada.
Al federalismo si può arrivare infatti sia con un percorso di "aggregazione" di realtà regionali o nazionali, sia con un percorso di "disaggregazione". Gli Stati Uniti presidenziali e la Svizzera parlamentare sono casi diversi, entrambi però di federalismo aggregante. Le autonomie accentuate accordate a regioni-Paesi della Spagna o della Gran Bretagna rappresentano invece casi di federalismo disaggreganti. Non si tratta di dare una connotazione positiva o negativa a un percorso o all'altro, l'importante è alla fine che siano riconosciuti i diritti delle popolazioni. In genere, però, il percorso aggregante ha oggettivamente qualche ostacolo in meno. Chi decide di fondare qualcosa e di mettersi insieme, pur rispettando le rispettive autonomie, lo può fare infatti contando su minori ostacoli. Chi deve ridefinire la propria partecipazione a uno Stato già consolidato incontra spesso maggiori difficoltà.
Il «no» al Trattato europeo nel referendum irlandese del giugno scorso ha riaperto il dibattito sulle istituzioni dell'Unione Europea. Molti ora guardano alle misure della Ue per il rilancio del processo unitario. È possibile che i Paesi che costituiscono il nucleo centrale della Ue riescano in qualche modo a riattivare il processo di approvazione del Trattato, che rimane comunque complicato. Una reazione della Ue è in effetti opportuna. Ma sarebbe un errore non procedere contemporaneamente a una riflessione più profonda e di prospettiva, dopo i «no» degli elettori olandesi e francesi negli anni scorsi al progetto di Costituzione e dopo questo più recente «no» irlandese.
Volendo andare direttamente al punto centrale, si dovrebbe dire che hanno ragione quei commentatori, tra cui Norbert Walter, capo dell'Ufficio studi della Deutsche Bank, che consigliano di elvetizzare in una certa misura l'Unione Europea. Il riferimento alla Svizzera non è infondato e solo una storica insufficienza dei maggiori Paesi europei sul federalismo, favorita peraltro da un'altrettanto storica ritrosia elvetica, ha permesso sin qui l'assenza di un confronto concreto. È vero che la Svizzera non fa parte della Ue, ma la riflessione avviene sulle esperienze e non necessariamente sulle appartenenze. E poi la Confederazione elvetica ha rilevanti accordi bilaterali con la stessa Ue, a cui è vicina per geografia, economia, lingue.
In un'Unione Europea ormai a 27 i meccanismi decisionali di fondo dovranno cambiare, su questo molti sono d'accordo. Le difficoltà subentrano però quando si deve indicare una direzione di marcia. Considerando l'articolazione della realtà europea, appare ora ragionevole pensare a uno sviluppo federalista e non a ulteriori forme di accentramento. L'esperienza svizzera è rilevante per alcuni aspetti e uno emerge proprio sull'onda dei «no» nei referendum Ue: il binomio federalismo-democrazia diretta.
Per lasciarsi alle spalle sia il centralismo esasperato sia il localismo eccessivo, l'Unione Europea dovrebbe in effetti da un lato trovare forme decisionali al di fuori di un'unanimità ormai impossibile (come si fa a essere sempre d'accordo su tutto, quando si è in 27?) e su questo c'è un certo accordo almeno in teoria. Dall'altro, dovrebbe andare verso una ridefinizione dei poteri tra Ue e Stati aderenti, affiancata però dalla possibilità di indire referendum, anche come forma di bilanciamento a favore di realtà nazionali che potrebbero "subire" decisioni prese a maggioranza, seppure qualificata.
Detto questo, bisogna però precisare bene. Proprio l'esperienza elvetica, costruita in più di 700 anni, insegna che si può votare su tutto, ma seguendo una geografia precisa dei poteri decisionali. In Svizzera, nel concreto, un solo Cantone non può bloccare la Confederazione su una questione d'interesse nazionale o internazionale. Esistono referendum locali su questioni locali, referendum nazionali su questioni nazionali. Su alcuni capitoli di particolare rilievo, in Svizzera c'è la doppia maggioranza - dei votanti e dei Cantoni - che però è altra cosa, non è una sorta di diritto di veto locale come quello sin qui di fatto accordato a singoli Paesi della Ue.
I Paesi della Ue sono 27, i Cantoni della Confederazione sono 26. Se si paragonasse l'Irlanda a un Cantone elvetico, ebbene gli elettori irlandesi non avrebbero potuto fermare il Trattato europeo. Avrebbero avuto l'ultima parola su una questione riguardante solo l'Irlanda, questo sì, ma non su una questione di tutta la Ue. Se un capitolo riguarda l'intera Unione, allora dovrebbero essere tutti gli elettori della Ue a votare unitariamente, con maggioranza e minoranza a livello di Unione stessa. In caso di questioni molto rilevanti, come avviene in Svizzera, si potrebbe semmai definire per i referendum europei una doppia maggioranza, di elettori e di Stati. Garanzie per gli Stati non grandi e per le minoranze, non diritti di blocco a singoli Stati.
Certo, il binomio federalismo-democrazia diretta può far sorridere, può apparire utopico se rapportato alle dimensioni geografiche limitate della Svizzera e alle grandi difficoltà attuali della Ue. Anche la Ue stessa e l'euro erano però per molti utopie, all'inizio del cammino. Occorre trovare un percorso equilibrato, per uscire dalle secche in un quadro di decisioni democratiche. Non sembrano esservi molte alternative valide.
La Ue rispetto alla Svizzera ha una differenza e un tratto comune. La differenza è che la Ue è nata da alleanze economiche che si sono poi affacciate alla politica, mentre la Svizzera è nata da un'alleanza politica contro ingerenze esterne che si è poi tradotta anche in forza economica. Il tratto comune è il carattere costruttivo del federalismo, già realizzato in Svizzera e realizzabile da una Ue che decidesse di cambiare strada.
Al federalismo si può arrivare infatti sia con un percorso di "aggregazione" di realtà regionali o nazionali, sia con un percorso di "disaggregazione". Gli Stati Uniti presidenziali e la Svizzera parlamentare sono casi diversi, entrambi però di federalismo aggregante. Le autonomie accentuate accordate a regioni-Paesi della Spagna o della Gran Bretagna rappresentano invece casi di federalismo disaggreganti. Non si tratta di dare una connotazione positiva o negativa a un percorso o all'altro, l'importante è alla fine che siano riconosciuti i diritti delle popolazioni. In genere, però, il percorso aggregante ha oggettivamente qualche ostacolo in meno. Chi decide di fondare qualcosa e di mettersi insieme, pur rispettando le rispettive autonomie, lo può fare infatti contando su minori ostacoli. Chi deve ridefinire la propria partecipazione a uno Stato già consolidato incontra spesso maggiori difficoltà.
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Sunday, September 28, 2008
ITALIA: No dal Molin - Chi ha Paura del Referendum Vicentino?
Chi ha paura del referendum vicentino?
Giulio Todescan
[18 Settembre 2008]
Mancano circa quindici giorni alla consultazione indetta dal comune di Vicenza sulla nuova base militare Usa [o meglio: sull’ipotesi che il comune si attivi per acquistare i terreni demaniali dell’aeroporto Dal Molin, dove la base stessa dovrebbe sorgere, destinandoli ad uso civile]. Ma tutto è ancora una volta appeso a un filo: questa volta ciò che potrebbe rimettere tutto in discussione è il ricorso portato presso il Tar di Venezia dal comitato per il Sì al Dal Molin, che contesta la validità della consultazione perché toccherebbe temi di politica internazionale al di fuori delle competenze comunali.
I giudici del tribunale amministrativo si sono riuniti ieri; per oggi era prevista la sentenza; ora fonti del comitato per il sì dicono che bisognerà aspettare fino a domani. Se il Tar desse ragione ai ricorrenti, potrebbe emettere un’ordinanza che sospende la validità della consultazione.
Impedendo così che per la prima volta, a cinque anni dai primi colloqui intergovernativi in cui si discusse della nuova installazione militare, siano finalmente i vicentini a dire la loro su un progetto imposto dall’alto.
Il clima intorno a questa consultazione «postale» [in pratica il comune spedirà a casa dei cittadini una lettera con il quesito, che poi si dovrà consegnare domenica 5 ottobre in appositi centri di raccolta] si sta facendo incandescente. E la posta in gioco è più che mai simbolica, politica. Di fronte a un forte no certificato con regolari schede e urne, il fronte che da due anni spinge per la costruzione di questa colata di cemento ad uso e consumo dell’esercito Usa troverebbe qualche difficoltà in più nel far passare l’inizio dei lavori.
Per questo, negli ultimi giorni, gli attacchi contro la consultazione continuano intensamente sulla stampa locale. Aveva iniziato due settimane fa il premier Silvio Berlusconi, scrivendo una lettera al sindaco Achille Variati in cui gli ordinava di abbandonare la strada referendaria.
Ieri, mercoledì 17 settembre, a parlare è il commissario straordinario per la costruzione della base, Paolo Costa. Un intervento che ha la leggerezza di un pugno sul muso: «Questo referendum è intrinsecamente antidemocratico perché teso a rendere inefficiente la nostra democrazia opponendosi alle istituzioni nazionali, le sole titolate a decidere in materia di politica estera e di difesa per conto dell’intera comunità – così sostiene Costa – Non è un problema di democrazia diretta o di democrazia rappresentativa, è che in materia di politica estera e di difesa il ‘potere del popolo’ si esercita solo attraverso il livello di governo nazionale. Per questo il referendum voluto dal sindaco Variati è un esercizio antidemocratico, poiché cerca di prevaricare l’interesse nazionale in nome di un interesse locale non costituzionalmente tutelato». Insomma, il commissario [europarlamentare del Pd ma dai modi «bipartisan»] recentemente riconfermato nel suo ruolo dal governo Berlusconi definisce «prevaricazione» l’ascolto dell’opinione dei vicentini.
La risposta del sindaco Variati non ha tardato ad arrivare: «Costa la smetta di dire stupidaggini – ha detto Variati – Non è vero che il Comune si sta occupando di affari di politica internazionale. Anche con questa consultazione ci occupiamo di questioni ed aree che riguardano il nostro territorio e agiamo all’interno delle competenze dell’ente locale». «Quanto poi all’affermazione di Costa che la consultazione sia antidemocratica, la ritengo una vera stupidaggine, perché il chiedere un parere ai cittadini è l’esatto contrario di un’azione antidemocratica – prosegue il sindaco – E poi non accetto lezioni di democrazia da chi ha dato, a suo tempo, consigli al governo su come soffocare il dissenso della comunità locale sulla nuova base».
Intanto, i primi camion hanno iniziato a portare via dal sito dell’aeroporto materiali edilizi: lavori propedeutici all’inizio del cantiere vero e proprio.
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